Il Giovedì Nero – crollo della borsa di Wall Street

0

Ecco un racconto dei giorni in cui si verificò il crollo della borsa di Wall Street nel 1929. Da cui ebbe inizio la Grande Depressione, la famosa crisi del ’29. Questo che segue è il racconto di quello che avvenne in quel giovedì nero…
Da tempo i ranghi dei milionari si infittivano di giorno in giorno, e lo stile di vita dei nuovi ricchi diventava sempre più stravagante. Per alcuni i soldi erano come quelli del monopoli, per altri giocare in Borsa era come giocare a dadi.Un giovane avvocato racconta “non avevo nemmeno un soldo, mi feci prestare qualche somma dagli amici, ed ero pronto a far l’affare utilizzando il margin, quel sistema che permetteva di pagare soltanto il 10% del valore delle azioni acquistate.
Dopo pochi mesi giravo con in tasca un milione di dollari in contanti, sempre pronto a fare altri affari, o a comprarmi una macchina solo perchè alla sera finito il lavoro avevo perso il vaporetto per andare a casa”.
Lui era avvocato, ma la stessa cosa fece il “liftman” (ascensorista) della Borsa. Lo racconta un agente di cambio -Stokes- “Non volle stare a guardare; iniziò a comprarmi qualche azione di Radio al mattino a 100 dollari e verso mezzogiorno le vendeva a 130. Così un giorno dopo l’altro, aumentando sempre di più il pacchetto, in pochi mesi era diventato milionario”.
Poi c’erano nel “parco buoi” dei piccoli investitori (pensionati, casalinghe, studenti, apprendisti finanzieri, gente di ogni ceto sociale) che passavano la giornata in Borsa a seguire l’andamento dei titoli, come faceva il liftman.

Il 22 Ottobre, martedì, a inizio seduta, alcuni speculatori, allarmati, iniziarono a vendere. Intervenne allora Charles Mitchel, presidente della Federal Reserve, che con un gruppo di banchieri decise di intervenire per frenare il ribasso acquistando alcuni corposi pacchetti per sostenere i corsi. L’allarme a fine seduta sembrava cessato.

Ma la mattina dopo, il 23 ottobre, mercoledì, i primi a vendere furono alcuni operatori; quelli che operavano con i margin. Per non correre ulteriori rischi, cercavano di affrettarsi a incassare, correvano a vendere a rotta di collo per colmare l’enorme differenza che si andava creando di ora in ora fra il valore delle azioni comprate allo scoperto nei giorni precedenti (ancora da saldare) e la quotazione sempre più bassa del titolo che la telescrivente senza pietà registrava.
A fine seduta qualcuno già ci aveva rimesso le penne, e nemmeno un miracolo sarebbe riuscito a tappare tutti i buchi di quel grande colabrodo che loro stessi con tanta disinvoltura avevano creato. Fuori, pochi ancora sapevano del dramma che stava per compiersi. Ma la notizia iniziò a diffondersi, molti non dormirono la notte, la passarono a fare concitate telefonate (New York nel 1929 contava già 1.702.889 telefoni , 6 volte quelli dell’intera Italia). E chi possedeva azioni aveva anche il telefono! In quella notte diventò rovente.

24 Ottobre, il Giovedì Nero. Prima dell’apertura la notizia si era ormai diffusa per tutta New York. Al mattino davanti alla Borsa si era radunata un gran rumorosa folla. Vera o falsa qualcuno sparse la voce che nella notte si erano già suicidati undici noti speculatori. Iniziò il panico, la ressa, il timore di restare con un pugno di mosche in mano.

Inizia il Panic Selling
“A metà mattinata c’era già il caos, dopo aver segnato un punto del non ritorno, si tocca il punto di collasso. Nell’aula della Borsa gli agenti cadevano in deliquio; altri uscivano dal palazzo urlando come presi da pazzia, mentre fuori, in Wall Street, la folla dei piccoli speculatori faceva ressa piangendo e gridando ad ogni notizia che segnava il polverizzarsi di patrimoni.
Il panico dei finanzieri era diventato isterismo e cupe tragedie spirituali seguivano alle tragedie materiali” (Il Corriere della Sera)
Il vocio di migliaia di persone davanti alla borsa era ormai diventato un chiasso assordante. Ma ad un tratto scese un silenzio tombale dall’alto, tutti si misero a guardare in su. Dal tetto di un palazzo di fronte di dieci piani, si sporgeva un uomo; un altro suicidio? Un’altra tragedia? Un altro agente rovinato? Attimi di gelo nelle vene. Ma era semplicemente un carpentiere che dal tetto dove lavorava si era affacciato per curiosità, nel sentire sotto tutto quel baccano.
Ma il brutto doveva ancora accadere. Il giovedì 24 era stato nero (ed è questo passato alla storia), ma è la giornata di martedì 29 ottobre che fu infausta, e a distanza di anni economisti premi Nobel come Paul Samuelson preferiscono datare il collasso della Borsa in questo giorno, e non il 24.

“State calmi. E’ solo un vuoto d’aria”, dicevano i grandi banchieri mercoledì 23.
Ma dopo la mattinata nera del 24, anche essi cominciarono ad avere paura, i crediti rischiavano di essere inesigibili. Decisero così di intervenire. Negli uffici della Morgan Company, al numero 25 di Wall Street, alle 12 in punto, si riunirono i luminari del mondo bancario. La stampa era tutta in attesa fuori; poi il comunicato diffuso, assicurava che i banchieri avevano deciso di intervenire per riequilibrare il mercato “il cui ribasso –si diceva- è solo dovuto a condizioni tecniche”…. “è solo un vuoto d’aria che ha incontrato il mercato”.
Ma nessuno comunicò con quanto capitale i banchieri sarebbero intervenuti per salvare i corsi. C’erano solo voci contrastanti, chi parlava di 20-30 milioni di dollari, chi di 240 milioni.
Tuttavia la fiducia ricomparve quando teatralmente l’operatore (il remisier) della banca Morgan, Whitney (che tutti in borsa conoscevano) entrò spavaldo nel salone delle contrattazioni, e iniziò a piazzare ordini di acquisto nelle varie coirbelles. Contrariamente al regolamento degli operatori, platealmente fece ad ogni acquisto una sceneggiata, indicando senza riserbo i titoli e la quantità, in modo che tutti sentissero e vedessero.
La messinscena funzionò. Uscito Whitney, continuarono i suoi tori, i rialzisti, che calmarono le acque per qualche ora, ma alla chiusura del pomeriggio e anche il giorno dopo (venerdì 25) i salvataggi furono pochi e qualche milione di azioni trovarono altri “vuoti d’aria”. Il sabato 26 mattina (allora si apriva il sabato, ma fino a mezzogiorno) la situazione era altrettanto inquieta anche se il New York Times, ribaltando il punto di vista dei giorni precedenti, scriveva “le nostre potenti banche sono pronte, ed impediranno il panico”. A mezzogiorno la chiusura fu sotto l’insegna di una grande incertezza. Molti si chiesero se era stato obiettivo e sincero il N.Y. Times.

28 OTTOBRE, lunedì. Alla riapertura della Borsa proprio il N.Y. Times perse il 49%. Sembrò una beffa, aveva parlato bene dei salvatori e intanto questi lo lasciavano affogare in un mare di svendite, e non era il solo, infatti su tutto il salone era ripiombata la tempesta. Si riunirono nuovamente i “salvatori”, ma l’esito dell’incontro fu disastroso. Per la Borsa, ma non per i grandi banchieri.

I “salvatori” buttano la spugna. I RISPARMIATORI? SI ARRANGINO
Il comunicato diffuso affermava che “non era loro compito sostenere i livelli dei prezzi” che “potevano contribuire a rendere ordinato lo svolgimento del mercato”, e “assicurare che l’offerta trovi una controparte a un qualsiasi livello di prezzo”. Liquidarono così la loro posizione.
Cioè il consorzio rinunciava a svolgere il compito che pochi giorni prima si era impegnato ad assolvere: di sostenere la quota azionaria. E si offriva, quando lo riteneva opportuno, di acquistare per quattro soldi i pacchi di titoli che più nessuno comprava ma che tutti vendevano, sempre più a meno.
Avevano così deciso i banchieri di non far salire le azioni, ma semmai di giocare al ribasso. Loro erano i primi a sapere che tutta la borsa era un pallone gonfiato, anche perchè l’aria per gonfiarla l’avevano fornita proprio loro.

29 OTTOBRE, martedì nero. I banchieri avevano cinicamente fatto bene i conti. Infatti alla riapertura le quotazioni iniziarono a scendere senza sosta, in poche ore alcuni titoli non valevano più nemmeno il costo della carta con la quale erano stati stampati.
“Al mattino erano state buttate sul mercato 3.260.000 azioni, alle ore 12 il numero era di 8 milioni, alle ore 13,30 era salito a 12.600.000, all’ora di chiusura venne stabilito il nuovo primato degli scambi: 16.380.000 azioni, che si assommavano a quelle del giovedì (15.000.000) e con quelle di venerdì e sabato, toccavano l’impressionante totale di 48.617.700 azioni”. (Il Corriere della Sera)

Il consorzio di “salvataggio” scatenò così il naufragio collettivo. Il giorno più devastante nella storia del mercato azionario di New York . Segnò l’inizio della ” grande depressione “. Gli Stati Uniti piombarono di colpo in una crisi senza precedenti.
A parte i risparmiatori (queste cifre sono controverse, vanno da 5 milioni a 20 milioni di malcapitati); iniziò la reazione a catena dei fallimenti di Società finanziaria, Istituti di credito, Investment trust (fondi d’investimento), aziende commerciali e industriali, piccoli e grandi commercianti, una strage che continuò per diversi anni. Milioni di persone non coinvolte pensarono che erano “cose da ricchi”, non potevano certo supporre che le loro vite sarebbero state influenzate. Si sbagliavano, e di molto. Nel giro di qualche mese la crisi coinvolse tutti i settori, con riduzioni di posti di lavoro, di prezzi, chiusure improvvisa di banche, di fabbriche, di negozi, di servizi essenziali. E con la Borsa che continuò a fare altri tonfi.

You might also like More from author

Leave A Reply

Your email address will not be published.